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Responsabilità estesa del produttore nel settore tessile. Date, vincoli e nodi da risolvere in Italia.

12 Febbraio 2022

Gli indirizzi dell’Unione Europea

Nel marzo 2020 la Commissione europea ha elaborato un nuovo piano d’azione per l’economia circolare, che prevede l’adozione di una strategia dell’UE per il settore tessile, con l’obiettivo di promuovere un mercato dei prodotti tessili sostenibili e circolari, sviluppare nuovi modelli commerciali, sostenere l’innovazione e incentivare il riutilizzo nel settore.

Stiamo parlando di un settore che, come riporta il documento, da un punto di vista del consumo privato dei singoli nuclei famigliari dell’UE (vestiti, calzature e biancheria domestica) occupa la quarta posizione per quanto riguarda il consumo di materie prime e acqua – peggio solo il settore alimentare, i consumi domestici e i trasporti – e la quinta per quanto riguarda le emissioni di gas a effetto serra. Secondo un’indagine della Commissione europea, infatti, è responsabile del 10% delle emissioni globali di gas a effetto serra.

Per questo la Commissione europea, con la direttiva UE 2018/851, ha previsto che gli Stati membri si organizzino per raccogliere i rifiuti tessili  post consumo in maniera differenziata dal 1 gennaio del 2025. Un obbligo che l’Italia ha anticipato al 1 gennaio del 2022 con il decreto legislativo n.116. del 2020 (Art. 2).

La scelta dell’Italia

In realtà l’Italia non è del tutto sprovvista di un sistema di raccolta, recupero, riciclo e smaltimento di prodotti e rifiuti tessili post consumo in ambito urbano (abbigliamento, scarpe e accessori). In diversi Comuni, infatti, è già possibile trovare cassonetti dedicati alla raccolta di materiale tessile. Sono di proprietà di aziende (spesso cooperative, ma non solo) che lavorano in sinergia con ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), Unirau, (l’associazione delle aziende e delle cooperative che svolgono le attività di raccolta e valorizzazione della frazione tessile dei rifiuti urbani), o Rete ONU (Rete nazionale degli operatori dell’usato, al cui interno è presente anche il settore del riuso del tessile), di cui fa parte Humana People to People Onlus Italia.

Stando ai dati di Unicircular (2019) l’Italia dimostra una gestione del rifiuto tessile urbano apparentemente virtuosa: il 29% del totale viene destinato al riciclo industriale diventando imbottitura o strumento per la pulizia, oppure viene sfilacciato e recuperato come materia prima seconda per nuove stoffe. Il 68% è invece commercializzato per essere riutilizzato in mercati esteri e solo il 3% del totale raccolto tramite i cassonetti finisce effettivamente nell’indifferenziato in quanto irrecuperabile.

Ma cosa nasconde questo dato? Con l’aumento del fast fashion, che mette sul mercato abiti poco costosi e di bassa qualità, è notevolmente peggiorata la qualità media degli indumenti raccolti nei cassonetti. Di conseguenza “solo il 5-10% dei capi selezionati è adatto per il mercato europeo mentre la maggior parte vengono esportati, soprattutto in Africa dove ne arrivano così tanti da ingolfare le discariche di questi paesi” spiega Elena Ferrero di Atelier Riforma start up innovativa a vocazione sociale. L’Africa, infatti, è la destinazione di oltre il 70% dei capi d’abbigliamento e delle calzature che si buttano via nel mondo, la metà dei quali è inutilizzabile.

Cosa cambia con la nuova normativa?

Con l’entrata in vigore della nuova normativa qualsiasi oggetto di tessuto post consumo – sia gli indumenti che altri materiali tessili, come ad esempio la tappezzeria, le lenzuola, gli asciugamani – dovrà essere raccolto in maniera differenziata per legge. I Comuni e i gestori che non hanno ancora attivato questo servizio di raccolta dovranno realizzarlo quanto prima e regolamentarlo al meglio. Questo comporterà un aumento della presenza di frazioni non facilmente valorizzabili, con un possibile aumento dei costi di cernita e smaltimento che preoccupa non poco gli operatori del settore. 

Ecco, dunque, che vengono al pettine due nodi di questo provvedimento legislativo italiano che anticipa i tempi dell’obbligo dalla raccolta del rifiuto tessile post consumo di ben tre anni rispetto al panorama europeo, senza, peraltro, prevedere obiettivi minimi e tanto meno sanzioni.

Raccolta differenziata come fine o come mezzo? la soluzione innovativa di Atelier Riforma

Il primo nodo riguarda l’obbligo della raccolta differenziata senza una strutturata filiera di valorizzazione successiva. La raccolta differenziata infatti, è bene ricordarlo, è lo strumento, e non il fine, per un’adeguata valorizzazione del rifiuto. 

“Se da un lato, infatti, la raccolta differenziata è necessaria per far sì che tali rifiuti non finiscano direttamente in discarica, – sottolinea Elena Ferrero – dall’altro occorre adottare soluzioni per avviare gli indumenti a destinazioni circolari, anche diverse dalla vendita second-hand (rivendita ed esportazione), quali il riciclo meccanico/chimico della fibra e l’upcycling”.

Affinché questo avvenga sono necessarie tecnologie in grado di garantire un eccellente lavoro di selezione del materiale raccolto, che è altamente disomogeneo, e di un’efficace rete infrastrutturale di impianti in grado di recuperare materia dagli scarti tessili.

A questo proposito, la Missione 2 del PNRR (Rivoluzione verde e transizione ecologica) definisce gli incentivi per “linfrastrutturazione della raccolta delle frazioni di tessili pre-consumo e post-consumo, ammodernamento dell’impiantistica e realizzazione di nuovi impianti di riciclo delle frazioni tessili in ottica sistemica c.d. Textile Hubs”.  Facendo leva sulla distrettualità del settore della moda in Italia, dunque, il PNRR destina ben 150 milioni alla creazione di una filiera del tessile circolare e sistemica.

Tra le proposte che arriveranno al MiTe (e che possono essere presentate fino al 21 febbraio 2022) ci sarà anche quella del Comune di Prato, che nei giorni scorsi ha annunciato di avere dato vita a un protocollo d’intesa con l’obiettivo di insediare nel comune toscano il principale hub tessile nazionale e consolidare il ruolo del distretto pratese come polo tecnologico e operativo del riciclo tessile a livello europeo.
L’impianto in progetto fa uso della tecnologia Fibersort (risultato di un progetto Interreg North-West Europe) che impiega sensori ottici NIR capaci di riconoscere e differenziare i tessuti per tipologia di fibra tessile e colore, e permetterà di selezionare i rifiuti tessili pre e post consumo. 

Tuttavia, la spettroscopia NIR va a identificare solo colore e materiale, ed è quindi applicabile solo ai rifiuti tessili non riutilizzabili, da avviare al riciclo meccanico o chimico. In ottica di una maggiore ed efficace selezione, Atelier Riforma sta implementando una tecnologia ancora più innovativa, Re4Circular, che si basa sull’Intelligenza Artificiale per estrarre ulteriori dati dal capo come tipologia, marca, taglia, stagione o genere.

Il tratto innovativo della nostra tecnologia – aggiunge Elena Ferrero non è dato solo dal processo di smistamento, ma anche della processo di digitalizzazione: il capo, infatti, verrà digitalizzato e messo direttamente in vendita su un’apposita piattaforma al momento della catalogazione”.

La tecnologia sarà pronta da aprile 2022, mentre l’IA che permetterà la catalogazione automatica del capo attraverso il riconoscimento fotografico, verrà integrata nei mesi successivi.
Atelier Riforma è stata selezionata tra le realtà semifinaliste del Green Alley Award. C’è tempo fino al 15 febbraio per supportare questa start up italiana, a vocazione sociale, con il proprio voto.

Chi è il responsabile?

Veniamo allora al secondo nodo del provvedimento legislativo italiano che anticipa i tempi dell’obbligo dalla raccolta del rifiuto tessile post consumo rispetto alle scadenze europee. Su chi ricade l’obbligo della raccolta differenziata? Per ora sui Comuni e non sulle imprese produttrici dei prodotti tessili, le effettive responsabili del prodotto immesso sul mercato e destinato, prima o poi, a diventare un rifiuto. 

L’obbligo della sola raccolta differenziata dei rifiuti tessili porterà a ben poco senza una normativa adeguata che preveda incentivi economici e prepari la filiera a gestirli in modo circolare. Una possibile soluzione, prevista  dalla stessa strategia europea, è l’introduzione di un sistema di responsabilità estesa del produttore (EPR) già attivo in altri settori come imballaggi, pneumatici, batterie e dispositivi elettronici. 

Come si legge nella direttiva 2018/851, si tratta di “una serie di misure adottate dagli Stati membri volte ad assicurare che ai produttori di prodotti spetti la responsabilità finanziaria o quella finanziaria e operativa della gestione della fase del ciclo di vita in cui il prodotto diventa un rifiuto, incluse le operazioni di raccolta differenziata, di cernita e di trattamento. Tale obbligo può comprendere anche la responsabilità organizzativa e la responsabilità di contribuire alla prevenzione dei rifiuti e alla riutilizzabilità e riciclabilità dei prodotti”.

In altre parole si tratta di un meccanismo per cui chi inquina paga e che rende il produttore responsabile lungo tutto il ciclo di vita del prodotto, dalla progettazione, fino al ritiro e alla gestione del post uso e dunque al possibile riutilizzo o riciclo. Lo scopo è quello di penalizzare economicamente, e dunque disincentivare, la produzione di materiale tessile di scarsa qualità e non riciclabile o riutilizzabile.

Ma è un sistema che, per quanto riguarda il settore tessile, è ancora in attesa di un decreto attuativo da parte del Ministero della Transizione ecologica. Qui si giocherà una partita importante.
L’auspicio è che il Ministero della Transizione Ecologica garantisca un’adeguata fase di ascolto dei vari anelli e stakeholder della filiera, allo scopo di realizzare un decreto EPR  ad hoc, data la specificità della filiera.

Il 100% è un obiettivo raggiungibile?

L’Italia ha previsto l’obbligo di una raccolta differenziata del rifiuto tessile post consumo in anticipo di tre anni rispetto ai vincoli europei, senza tuttavia, essere dotata di un’adeguata infrastruttura di valorizzazione del rifiuto a valle della raccolta, e senza una normativa che riporti in capo ai produttori la responsabilità finanziaria  e organizzativa dell’intera filiera del rifiuto del tessile. 

In questo scenario, l’obiettivo del MiTe, grazie ai fondi PNRR sarebbe quello di recuperare il 100% dei rifiuti raccolti. Una soglia non solo poco credibile, ma neanche realistica, per due ragioni. 

In primo luogo perché è necessario considerare che una parte di scarti non ha le caratteristiche adatte al recupero. Quindi, a meno che non si prenda in considerazione la produzione e l’uso di combustibile solido secondario (CSS) per tutte le raccolte post consumo non destinabili alla preparazione per il riuso e agli utilizzi di ripiego, un recupero al 100% non è possibile.
In secondo luogo, senza una normativa EPR del tessile, i costi della catena – dalla raccolta alla selezione, fino all’avvio al riuso o alla destinazione di nuovi impieghi – sarebbero troppo alti, disincentivando investimenti nella sperimentazione di nuove forme di riutilizzo e riciclo che possano puntare ad avvicinarsi il più possibile alla chiusura del cerchio.

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