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Rigenerare e trasformare scarti tessili, il futuro della moda sostenibile
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Rigenerare e trasformare scarti tessili, il futuro della moda sostenibile

5 Dicembre 2020

Quante volte aprendo l’armadio abbiamo trovato un capo d’abbigliamento che non mettiamo da anni o che abbiamo messo una sola volta e ci siamo chiesti perché lo abbiamo acquistato? O lo teniamo nel cassetto sperando di trovare un’occasione per riusarlo. oppure ci rassegniamo e decidiamo di eliminarlo dal nostro guardaroba. E qui si pone il problema: come ci liberiamo degli abiti usati?

Una prima soluzione potrebbe essere rivenderli o donarli: negli ultimi anni sta aumentando l’interesse per gli abiti di seconda mano, ma non sempre i nostri cari e vecchi abiti (a volte troppo rovinati) possono essere riutilizzati. Come facciamo in questi casi? Non ci resta che la discarica?

Il settore abbigliamento contribuisce per 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno alle emissioni globali di gas serra e ad incidere sono tutte le fasi che costituiscono la filiera. Le produzioni tessili sono infatti spesso caratterizzate da processi notevolmente impattanti per l’ambiente in termini di consumo di risorse naturali, energia elettrica e acqua, processi di tintura, stampa e finissaggio, ma anche legati allo smaltimento del fine vita tessile.

In Italia, negli ultimi anni sono stati fatti molti passi avanti riguardo al riutilizzo e al riciclo dei capi tessili. Tramite i cassonetti per la raccolta abiti che si possono trovare in tutte le città italiane, secondo il rapporto Unicircular sui rifiuti tessili urbani in Italia,  il 68% degli abiti viene recuperato e riutilizzato, il 29% viene riciclato e il 3% smaltito nella raccolta indifferenziata.

Il settore abbigliamento sta implementando nuovi modelli di business e tecnologie per ridurre al minimo il consumo di risorse e l’impatto negativo sull’ambiente. In questo contesto, sempre più realtà fanno proprio uno dei principi dell’economia circolare: generare valore dallo scarto, dando nuova vita a materiali destinati alla discarica.

A dire il vero, l’innovazione riprende in mano le antiche tradizioni locali, come la tecnica pratese della rigenerazione dei cenci. Qui, gli scarti tessili, dopo un’accurata cernita e divisione in base a colori e materiali, vengono sfilacciati, mentre le nuove fibre stratificate e filate mantenendo la colorazione originale.

A riprendere questo tipo di lavorazione, ad esempio, è il progetto Rilana dell’azienda LOFOIO condotta da una famiglia di artigiani in collaborazione con i cencaioli di Prato. Insieme realizzano accessori invernali in maglieria: scaldacolli, sciarpe, cappelli e guanti, tutti realizzati utilizzando filati di lane e cashmere rigenerati. Le lane non più vergini, ma che presentano le stesse caratteristiche delle lane di qualità, diventano un’altra volta materia prima, anziché rifiuto.

Lana rigenerata da Lofoio a Prato

Sempre nel distretto pratese nasce nel 2017 Rifò, un progetto imprenditoriale a sfondo sociale con lo scopo di promuovere un consumo più responsabile e sostenibile, specialmente nel settore abbigliamento. Qui, i vecchi maglioni di cashmere vengono trinciati e trasformati in un nuovo filato e riconfezionati in un nuovo maglione o cappello, il tutto in un raggio di pochi chilometri per accorciare la filiera. Il processo permette di riciclare scarti tessili e risparmiare risorse limitate come l’acqua. È presente anche il servizio di ritiro di capi usati per poteri riparare, riusare e riciclare da parte dell’azienda.

Il team di Rifò

Infine, troviamo Atelier Riforma, un’impresa al femminile torinese che raccoglie abiti usati sia da privati che da enti, restituisce loro nuova vita attraverso la lavorazione sartoriale e li rivende. Atelier Riforma coinvolge molti professionisti del territorio, come giovani sarte, designer, un brand di ricamo a mano, una magliaia, sartorie sociali, ma anche gli studenti di due istituti di moda.

I capi usati vengono ritirati gratuitamente a casa e il percorso di ogni capo donato viene tracciato attraverso un sistema di codici, che permette a chi ha donato di sapere esattamente dove è andato a finire il proprio capo. Con questo sistema, l’acquirente può apprezzare il lavoro sartoriale effettuato sul capo ed essere informato su quali benefici ha portato il suo acquisto all’ambiente.

Lavorazione sartoriale Atelier Riforma

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