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I giganti del “Food&Beverage” e la corsa all’R-Pet

30 Giugno 2021

Dalla Coca Cola alla Ferrarelle sono moltissime le iniziative lanciate dai colossi del Food&Beverage, tra i maggiori produttori di plastica al mondo, per produrre imballaggi con percentuali sempre maggiori di PET riciclato. Ma è una risposta sufficiente al problema dell’inquinamento da plastica?
Per capirlo proviamo a fare un passo indietro.

Quanta plastica produciamo

Secondo Plastics Europe (l’associazione europea dei produttori di materie plastiche), la produzione globale di plastica nel 2019 ha raggiunto i 368 milioni di tonnellate, di cui circa 57,9 (16%) prodotte in Europa. Mentre la domanda europea di materie plastiche è stata di 50,7 milioni di tonnellate, assorbita principalmente dall’industria degli imballaggi (39,6%), seguita dall’industria delle costruzioni (ca. 20,4%) e l’automotive (ca. 9,6%).

Tra i materiali polimerici, il PET (polietilene tereftalato) occupava, sempre nel 2019, il 7,9% del mercato europeo (circa 4 milioni di tonnellate), facendo di questo polimero il sesto per importanza (dopo PP, LDPE, HDPE, PVC e PUR).
Il PET viene principalmente utilizzato per la produzione di bottiglie e contenitori per bevande – come acqua, bibite gassate, o altre bevande e succhi – perché fornisce una buona barriera all’ossigeno, preserva le caratteristiche del liquido contenuto, e quindi garantisce criteri igenici e di sicurezza.

Breve storia del PET

Sul sito di Petcore Europe, (associazione che rappresenta l’intera catena del valore del PET in Europa, dalla produzione del PET alla conversione in imballaggio e riciclaggio, e altre attività correlate), si legge che il PET è stato sviluppato inizialmente dalla British Calico Printers nel 1941 per la fabbricazione di fibre sintetiche. Successivamente, intorno alla metà degli anni ‘60 il PET ha iniziato ad essere impiegato anche nel settore del packaging (film da imballaggio). Soltanto all’inizio degli anni ’70, è stata sviluppata commercialmente la tecnica per il soffiaggio di bottiglie ed è stato nel 1977 che la prima bottiglia in PET è stata riciclata e trasformata in una base per altre bottiglie.
Ancora oggi, nonostante il processo di riciclo “bottiglia in bottiglia” sia in crescita, il mercato della fibra è ancora il principale sbocco per il PET recuperato.

Secondo il Report PET Market in Europe: State of Play, nel 2018, delle 4,3 milioni di tonnellate di PET rigido immesso al consumo in Unione Europa, solo il 45% (1.9mt) è stato raccolto, una volta divenute rifiuto, e avviato successivamente al riciclo.

Sono tassi di raccolta e riciclo ancora bassi.
Per incentivare una miglior performance è intervenuta la legislazione europea con la Direttiva (UE) 2019/904 del 5 giugno 2019 sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, la cosiddetta Direttiva Single Use Plastic (SUP). L’obiettivo SUP richiede che ogni Stato membro raggiunga un tasso di raccolta delle bottiglie per bevande del 77% entro il 2025 e del 90% entro 2029.

Verso il 100%

Il settore degli imballaggi in PET si sta già muovendo e attrezzando verso produzioni di imballaggi con alte percentuali di PET riciclato (rPET), fino anche al 100%.
Una direzione intrapresa anche dai colossi del Food&Beverage.

Coca-Cola, in Olanda e Norvegia, è passata a una produzione di bottiglie di piccolo taglio (nel 2020) e di grande taglio (2021) realizzate interamente con PET riciclato, dopo aver raggiunto lo stesso obiettivo in Svezia nel 2019. L’operazione è possibile grazie alla presenza, nei due paesi, di uno schema di deposito su cauzione delle bottiglie, che consente di recuperarle in un ciclo chiuso, agevolando così il processo di riciclo in ambito alimentare, dove è richiesta un’elevata qualità.

Anche sul mercato italiano, a partire dal settembre 2020 è possibile vedere bottiglie realizzate con il 50% di plastica riciclata.
Rimanendo nel contesto italiano, Ferrarelle SpA, quarto player nel mercato delle acque minerali nel Paese, ha presentato, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2021, INFINITA, la prima linea 100% in R-PET. Il lancio di INFINITA si inserisce all’interno del progetto bottle to bottle, reso possibile grazie allo stabilimento per il riciclo e la produzione di PET riciclato di Presenzano, in provincia di Caserta, che dal 2018, ogni anno, processa circa 20.000 tonnellate di bottiglie provenienti dalla raccolta differenziata.

Anche Levissima – che punta a raggiungere il 50% di PET riciclato all’interno di tutta la gamma entro il 2025 – ha lanciato nei mesi scorsi la sua linea in PET riciclato, 100% R-PET, nei formati da 0,75 e da 1lt.

Queste iniziative si inseriscono nella fase transitoria e sperimentale  dell’applicazione delle nuove norme in ambito di utilizzo di polietilene tereftalato riciclato a uso alimentare.
Infatti, la normativa vigente nel nostro Paese (Decreto Ministeriale 21/03/1973) stabilisce che le bottiglie e vaschette per alimenti in PET debbano contenere almeno il 50 per cento di PET vergine. Tuttavia, nella Legge 13/10/2020 n.126, che converte in legge il Decreto Legge 104 del 14/8/20, è stata prevista in via sperimentale, per il periodo 1° gennaio 2021 – 31 dicembre 2021, la produzione di bottiglie in plastica riciclata (rPet) al 100%.

In conclusione, incentivare l’utilizzo di materiale riciclato nella produzione di imballaggi va sicuramente nella direzione di supportare strategie di economia circolare ma non è sufficiente. Infatti, come suggerisce il report di Greenpeace “Il Pianeta usa e getta. Le false soluzioni delle multinazionali alla crisi dell’inquinamento da plastica, è necessario che, proprio chi immette sul mercato globale le più grandi quantità di plastica usa e getta, come le grandi multinazionali del Food&Beverage, abbia come primo obiettivo la riduzione della produzione di plastica monouso investendo in soluzioni complementari al riciclo, basate sul riutilizzo e sulla ricarica.

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